10 Aprile 2019

CATEGORIA: Rubriche

SPERO NON CI SIANO TELECAMERE

IL GIOCO DEL POETA

E in ogni storia horror a un certo punto si arriva al cimitero. Non ci avevo mai messo piede, come ogni vero milanese. Laura mi ha detto: <<Valuta bene quello che fai Stefano.>>  Ma io non penso ad altro. Un vento freddo spira mentre sono davanti al cancello. Nuvole violacee sovrastano le strisce bianche e nere del cimitero Monumentale. Mi fermo a guardare tutta la struttura e tiro un profondo respiro. Ho scavalcato solo un altro cancello prima. Ero ancora un ragazzino, e quella volta era per andare con Maria a trombare nel giardino dell’oratorio. Che figa che era Maria. E che figura del cazzo; speriamo se la sia dimenticata. All’epoca non c’erano le telecamere e adesso che sono cresciuto spero che non mi vedano. L’aria mi raffredda le mani e il viso, il cuore sembra l’abbia lasciato a casa mentre muovo i primi passi. Le braccia sembrano pesare tonnellate, si alzano fino alle sbarre. Tiro un sospiro come un trapezista dopo il salto. Ci sono. Prendo fiato, un piede sopra l’altro e sono cavalcioni. Un balzo e sono dentro. Guardo sotto le arcate.  A un tratto ricordo perché sono li. Per quel tarlo che ho da stamattina. Da quando ho trovato un altro foglio sulla tomba di Alda. Non era la solita poesia, o meglio era la solita poesia, ma non quadrava. Sono tornato stanotte perché devo sapere. E perché sono un gran coglione, ma lo sapevo già. Trovo il capanno degli attrezzi del becchino. La porta è aperta. È buio, ma si distinguono le forme. Ho trovato quello che cercavo. Mi muovo verso la tomba con il piccone in mano. Ma dove cazzo l’hanno seppellita questa? Ah eccola. Esito un momento fissando la foto. << Signora non mi guardi così che mi vengono i sensi di colpa.>> Già, come se li avessi. Mentre sto per iniziare, un’ombra nera e qualcosa mi passa tra le gambe. La paura mi paralizza. Tutto per niente, gatto di merda. Inarco la schiena e vibro il primo colpo. Uno solo, in centro, e la lapide si frantuma come uno specchio. Ora compaiono i mattoni. Non mi fermo, ormai la cazzata l’ho fatta. Un altro colpo, poi un altro, e un altro ancora. Dopo i colpi di punta uso il lato della lama e tiro via i calcinacci. Ora il buco è abbastanza grande. Mi arrampico e mi aggrappo al fondo della bara. Salto giù tirandomela dietro. La lascio cadere a terra e un tonfo incredibile riecheggia nella cripta. Che cazzo hai fatto Stefano? Il torace mi si gonfia, scosso dal fiatone, il sudore mi cola dalle tempie. Ma ho freddo. Un freddo boia. Respiro ancora e tiro il coperchio con le braccia indolenzite. I miei occhi diventano il canale che mi gela il sangue mentre mi tremano le mani. Come un trapezista che questa volta ha mancato la presa.

1 commento

  1. Ale Mauri ha detto:

    ‘Gatto di m…’ é già una frase di culto.

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