28 Aprile 2021

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Muri che uniscono parte 1

Pt.1Saltare rampe di scale, aggrapparsi a ringhiere, correre sui muri. Cosa c’è dietro al parkour?

In principio era il parcours

Per capire la disciplina del parkour, nata negli anni Ottanta in Francia, è necessario partire dal termine stesso che la definisce.

La parola deriva dal francese parcours (percorso) a cui, per dare un’idea di aggressività, è stata sostituita la C con la K ed è stata tolta la S finale. A coniare il termine è stato David Belle, uno dei primi veri praticanti della disciplina, che ha preso spunto dal parcours du combattant, un addestramento militare della marina francese ideato da Georges Hébert, basato su cinque attività: la corsa, l’arrampicata, il salto, il combattimento e il nuoto. Queste attività sono praticate dall’uomo in natura e garantiscono quindi uno sviluppo completo delle capacità fisiche. L’idea di Hébert è stata poi declinata nel parkour.

Se volessimo quindi darne una definizione in poche parole, potremmo dire che consiste nell’eseguire un percorso urbano, con ostacoli annessi, nel modo più veloce e fluido possibile. Andare da un punto A a un punto B in maniera efficiente, superando qualsiasi cosa si pari sul cammino. 

 

Si potrebbe pensare allora, aiutati anche dai video che girano in rete, che il parkour sia un insieme di acrobazie estreme, salti mortali e corse sui muri. Ma non si tratta di questo o per lo meno non soltanto di questo.

Il parkour vuole essere una riscoperta dei movimenti del corpo che sono stati dimenticati con le comodità della società moderna, movimenti impressi in noi, che la pratica può far tornare completamente naturali.

Proprio per questo una parola chiave per chi si approccia al mondo del parkour è calma. Occorre partire da movimenti base che permettono di superare i primi ostacoli verticali e orizzontali e con costanza e disciplina progredire fino a fare tutti quei movimenti per cui, guardando un video di parkour, si ha la costante paura che il ragazzo o la ragazza che lo praticano stiano per farsi male.

Una definizione quindi più corretta del parkour potrebbe essere questa: oltrepassare le barriere architettoniche per creare nuove prospettive spaziali, là dove “le persone comuni” vedono soltanto confini spesso invalicabili.

Dal parkour, negli ultimi anni, è poi nata una nuova disciplina chiamata freerunning. Si sta ancora discutendo nell’ambiente se sia qualcosa di nuovo o soltanto un termine che può essere utilizzato come sinonimo, ma alcune differenze sostanziali esistono. Se volessimo darne una definizione, potremmo dire che il freerunning è l’arte di spostarsi dando al praticante sensazione di libertà e bellezza nei movimenti. Là dove nel parkour è importante l’efficienza e la velocità, nel freerunning anche la grazia è elemento da tenere in considerazione. Molti movimenti sono presi infatti dalla ginnastica artistica e traslati nel contesto urbano. Per fare un esempio, se nel parkour classico la sfida è saltare un muretto, nel freerunning è saltare lo stesso muretto con una capriola, oppure saltarlo e fare una capriola una volta atterrati. 

Ma è impresa difficile e, forse, non necessaria, cercare di ingabbiare “l’arte dello spostarsi” in definizioni troppo restrittiva. Il parkour è un’esperienza di vita.

Non è Matrix, non è un poliziesco americano, il parkour è una filosofia di vita

Il parkour non è soltanto velocità, efficienza e acrobazie, ma un modo per approcciarsi alla città e alla natura. È la ricerca di nuovi percorsi, fisici e mentali. È sopravvivere alla nostra società, è l’attitudine a voler scoprire cosa c’è dietro le apparenze, a svelare verità nascoste. È una filosofia.

Per chiunque voglia approcciarsi alla disciplina non servono attrezzature particolari o costose, non sono necessarie iscrizioni in palestra né particolari abilità. Si tratta di imparare a muovere il proprio corpo in un contesto urbano, renderlo più efficiente, oltrepassare ogni volta i limiti. 

Il primo pensiero che si fanno i nuovi atleti è sempre lo stesso: “Non ce la farò mai a saltarlo quello”. Il concetto invece è proprio questo: trovare il modo per superare i muri reali e così capire come superare anche quelli psicologici. Perché nessun ostacolo è realmente insormontabile e il parkour insegna a studiarli, analizzarli e affrontarli finché non si trova la tecnica giusta per superarli. Tecnica che cambia da individuo a individuo perché ognuno di noi affronta la sfida con un bagaglio diverso di esperienze e si approccia alla difficoltà in modo unico. Fino a che, dopo giorni, mesi di allenamento il movimento diventa naturale come camminare. 

Il bello della disciplina, racconta chi la pratica, è che si scopre di essere in grado di fare cose che si credevano impensabili.

Movimenti consigliati per una buona partenza nel mondo del parkour

  • Precision: forse il movimento più basico del parkour, consiste in un salto a piedi uniti con atterraggio su una sporgenza.
  • Cat leap: salto con presa sulla sporgenza di una parete e i piedi sulla superficie per attutire l’impatto.
  • Tic-tac: movimento che consiste nel posizionare un piede su una parete e usare la spinta per allontanarsi da essa.
  • Wall run: movimento che utilizza la spinta di entrambi i piedi su una parete per raggiungere una sporgenza in alto.

 

Il volteggio (in inglese vault) è un movimento che consiste nel superamento di un ostacolo medio-basso. Esistono innumerevoli varianti di volteggi, ognuno con sua utilità. Tra quelli di base ci sono:

  • Lazy vault: consiste nel posizionare una mano in cima all’ostacolo e far passare sopra le gambe in sequenza (il salto dell’Olio Cuore). Comodo quando ci si trova a ridosso dell’ostacolo senza poter prendere rincorsa.
  • Monkey vault: volteggio dinamico che consiste nel posizionare entrambe le mani sull’ostacolo e far passare in mezzo le ginocchia. Utile per mantenere velocità anche dopo il volteggio.
  • Step vault: volteggio versatile che può essere usato sia in movimento che da fermi. Consiste nel posizionare una mano e un piede sopra l’ostacolo e far passare la gamba nello spazio in mezzo. Utile in diverse occasioni, specialmente per controllare bene l’atterraggio.

 

Da qui si è liberi di sperimentare e superare costantemente i propri confini. Unica regola essere sempre in sicurezza in quello che si sta facendo, perché non si associ più il parkour all’arte di rischiare di spezzarsi l’osso del collo.

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