28 Aprile 2021

CATEGORIA: Narrativa

Storie di confine parte 2

L’impatto della mano sul mio volto mi ha fatto cadere a terra. Ho sbattuto la testa contro lo spigolo del tavolo, ma non mi sono fatta così male, dice. Lui mi ha guardato come a dire Rialzati. L’ho fatto subito. È uscito dalla stanza senza proferir parola e io sono rimasta lì, in piedi, a osservare il caos intorno a me. Sul pavimento c’erano centinaia di pezzi di vetro e ceramica. Aveva preso la credenza e l’aveva scaraventata, distruggendo il servizio buono, spiega. Ho preso scopa e paletta e mi sono messa a pulire. Ci ho impiegato un’eternità.

Smetto di scrivere. Dico Lei come si è sentita dopo. Mi risponde Vuota e sporca. Lo scrivo sul foglio, ripasso le parole con la penna e le sottolineo tre volte. 

Quando ho finito ho aperto la porta e sono andata in camera da letto. Lui si stava vestendo per andare a prendere i bambini a scuola. Ha detto Che stavi combinando di là, tesoro. Ho risposto Niente. Mi ha dato un bacio sulla tempia, quella che aveva attutito il colpo, e nell’uscire ha aggiunto Torno presto.

Il giorno dopo metà del viso era viola scuro, dice.

Il mercoledì è successo di nuovo.  Avevo dimenticato dove avessi parcheggiato la macchina. Mi ha messo le mani al collo e ha stretto così tanto che per un attimo ho pensato di morire, ricorda. Mi si è annebbiata la vista e quando ha mollato la presa avevo le gambe troppo deboli, così sono finita a terra. Mi ha rimesso in piedi, ma ha fatto più male della prima volta. Più male. Lo scrivo sul foglio, ripasso le parole con la penna e le sottolineo tre volte.

Il giorno dopo il collo era viola scuro, metà del viso blu, dice.

Quella domenica ho avuto paura. I calci nel ventre sono stati quattro, uno più forte dell’altro. O almeno questa è stata la mia percezione. Oltre che vuota e sporca, mi facevo schifo. Facevo schifo anche a lui, aggiunge. Schifo. Lo scrivo sul foglio, ripasso la parola con la penna e la sottolineo tre volte. Non sono riuscita ad alzarmi per dieci minuti. O forse ore, perché lui ha fatto in tempo a uscire, tornare e dirmi Alzati pigrona, è l’ora di andare a dormire.

Il giorno dopo il ventre era viola scuro, il collo blu, metà del viso verde chiaro, dice.

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L’ultima cosa che ho visto erano i miei vestiti a brandelli, e un maledetto bruciore, esclama il paziente. Lo incoraggio a partire dall’inizio di questa storia, respira piano per qualche istante. 

Credevo che avesse finalmente capito, mi aveva mentito sul dove lavorasse, era ossessiva, mi seguiva ovunque andassi e aveva finto di essere incinta, non potevo più vederla e l’avevo lasciata ripetutamente. Rincasavo da una serata passata con una ragazza conosciuta da poco, sceso dall’automobile due figure in nero si sono avvicinate, una delle due mi ha scaraventato a terra, l’altra invece mi ha versato un liquido addosso. Inizialmente non capivo, poi i miei vestiti a brandelli, e il bruciore, perenne costante, lungo tutto il corpo una sensazione che non avrei più dimenticato per il resto della vita. Infine il buio. Gli chiedo se voglia uccidere quella donna, no, risponde. Ma di conseguenza ho anche smesso di credere nella giustizia. La persona che ha tentato di uccidermi, in tribunale è stata accusata di semplici lesioni aggravate, ha scontato due anni di reclusione ai domiciliari e ora io vivo il carcere più di lei. 

Non posso uscire di casa senza essere deriso o schernito dagli sguardi delle persone che non sanno, non conoscono i fatti e provano quel senso di pietà nei miei confronti che, dal mio punto di vista, anche se è lei la psicologa, si può considerare come un comportamento di perbenismo cagato fuori dal comune cinismo dell’uomo di tutti i giorni che, trovatosi in un momento particolarmente emotivo, esprime gentilezza per quei pochi secondi, infine ti volta le spalle e riprende lungo il proprio cammino, dice il paziente mentre sorride per il sollievo che prova nel sfogarsi con me, penso.

Lei mi ha chiesto se voglio uccidere quella persona, e le rispondo di nuovo con un no, ma non c’è mattina in cui non mi guardo allo specchio per ricordarmi di quello che mi ha fatto, del suo attuale indirizzo di casa e della pistola che tengo nel comodino, dice il paziente mentre si alza in piedi e si prepara a tornare nel suo carcere.

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