30 Aprile 2021

CATEGORIA: Narrativa

Pechino

 

Al confine tra antico e moderno

Beijing, o Pechino; distretto Dongcheng, nel cuore della metropoli.

Il grigio denso copre le sommità dei palazzi. L’applicazione indica 150 sull’AQI, l’Air Quality Index. Gruppi di rider occupano i fianchi delle strade. Guardano video al cellulare, in attesa della prossima consegna, sdraiati sui motorini, sui lastroni dei marciapiedi o sugli sprazzi di prato a fianco alle bici. Molte finiranno nei colorati cimiteri di biciclette, effetto collaterale dell’offerta eccessiva di mezzi per il bike sharing. Irene prosegue lungo il marciapiede, supera un piccolo carretto per la vendita di radici di fiori di loto; fritte o bollite, sono deliziose. Sotto il ponte si infilano dieci corsie di SUV, taxi, macchine Dongfeng, Great Wall e Beijing Automotive Group, per poi allungarsi verso lo stomaco della città. Sulla banchina, un uomo senza casco guida lento un vecchio motorino con una cassetta della frutta al posto del bagagliaio. Lo circondano grattacieli decorati all’orientale, alternati a fabbricati di trenta piani dai colori sbiaditi e torri dai vetri a specchio. 

Lungo la via Dongzhimen, vicino al distretto residenziale Sanlitun, un gruppo di anziani disegna ideogrammi sul marciapiede asciutto con un pennello spesso dal manico di legno lungo quanto un bastone da passeggio. Lo intinge nell’acqua, in un secchiello che pende dalla mano. La gara di memoria di antichi poemi imparati a scuola lascia un’opera d’arte sul pavimento di fronte all’ingresso del centro commerciale Raffles City, un portale spazio-temporale per l’occidente: Furla, Pandora, Nespresso, Desigual, Lacoste, Crocs, Mango, Calvin Klein, fino a Gastronomia da Paolo e un ristorante italiano chiamato Prego. Irene torna a immergersi nell’umidità schiacciante. L’aria condizionata e depurata nei locali del moderno centro città e negli appartamenti e hotel più costosi sono l’unica scappatoia dall’inquinamento e dall’effetto sauna dell’estate pechinese. A un quarto d’ora di distanza, l’Ikea è pieno di persone che sfruttano l’aria fresca passando le ore al telefono sui divani oppure addormentati nei letti in esposizione. 

In metro fino ad Andingmen, sotto-distretto di Dongcheng. Irene entra nel tempio dei Lama, in cinese Yonghe Gong, letteralmente il Palazzo dell’Eterna Armonia. Attraversa portoni rosso scuro decorati in oro, spalancati sotto travi e soffitti decorati da fiori, frutta, draghi, ideogrammi e forme geometriche di tutti i colori. Sugli angoli rialzati dei tetti ricurvi, cani, volatili e teste di drago color argilla sorvegliano immobili il monastero buddhista tibetano più importante fuori dal Tibet, il più famoso a Pechino e tra i più preziosi siti culturali del paese, protetto dallo stato. Gli edifici sono intervallati da spiazzi dove gruppi di credenti presenziano affiancati da statue di leoni, tartarughe e serpenti. Alzano le mani strette attorno a stecche d’incenso che spargono profumo, le ginocchia appoggiate sugli inginocchiatoi neri. Dondolano le braccia avanti e indietro inchinandosi, per poi liberarle in un grande braciere bronzeo fumante. Dipinti e decorazioni in ogni anfratto onorano divinità di una cultura antica. L’ultimo edificio è il più alto; ospita la statua di Maitreya, il futuro Buddha, alta diciotto metri, decorata con collane di perle di legno e fiori, intagliata a partire da un unico pezzo di legno di sandalo. 

Tienanmen è la piazza più grande al mondo, cuore simbolico della Cina, luogo della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Tse-tung il 1° ottobre 1949 e, quarant’anni dopo, resa famosa dalle proteste culminate in un massacro. Giochi d’acqua, bandiere rosse e il dipinto del viso del leader comunista accolgono la folla in attesa di visitare il mausoleo di Mao, concentrata sul marciapiede largo più di quindici metri. Irene attraversa la strada. Presto raggiunge un quartiere popolare tagliato da una strada a due corsie, un distretto di hutong, conglomerati di case tradizionali alternate a baracche, dove il tempo si fa lento e non sono ancora arrivati i bagni privati. Nelle vie sterrate poltrone, insegne, un megafono, taniche, piante, scope, vasi, mattoni. A ridosso della strada principale si mangiano ravioli di verdure coperti da germogli di soia, serviti su del cellophane che copre e rende le ciotole riutilizzabili. Due donne tagliano la pasta su un tagliere appoggiato a un carretto di metallo che pubblicizza un nuovo smartphone colorato. Il ragazzo che serve le ciotole e le bacchette sente Irene che parla inglese, le chiede da dove viene. Italia, dice lei. Roma, Roma, ripete il ragazzo scoprendo i denti in un sorriso. Buffon, esclama poi. Sulla strada i risciò per i turisti sfrecciano accanto a uomini che camminano con le maglie arrotolate per rinfrescarsi le rigonfie pance scoperte e a contadini anziani che si tirano dietro piccoli carretti consumati. Al centro della strada una signora anziana procede lenta su uno scooter elettrico e un uomo in arancione brillante, a strisce gialle e grigie riflettenti dalle caviglie al cappellino, sale sulla propria bici. 

Zona pedonale di Wangfujing, vicino a Piazza Tiananmen. 

Irene si lascia alle spalle il Beijing Department Store, la libreria per lingue straniere, MAX&Co, Nike Beijing, Tiffany e Starbucks, e imbocca una stradina stretta laterale alla via Wangfujing, la via dello shopping più affollata di Pechino. Si ritrova nell’unica via di tutta la metropoli dove sia permessa la vendita dei cibi di strada, tra cui insetti, anguille, serpenti e stelle marine fritti. La attraversa e distoglie lo sguardo dai piccoli scorpioni infilzati sugli spiedini, che, in attesa di essere fritti, muovono scattanti le zampe ogni volta che un passante si avvicina. A tremila chilometri di distanza, al mercato del venerdì a Shaxi, e negli altri paesini rurali nella regione dello Yunnan, nel sud della Cina, maiali, peschi e polli vengono macellati su un tavolino all’aperto in strada. 

Distretto di Haidian, a mezz’ora di macchina dalla piazza Tienanmen

La piccola barchetta turistica scivola tra ampie distese di grandi foglie verde scuro e fiori di loto rosa, che spezzano la superficie del lago Kunming. Le rive ospitano templi colorati piccoli e grandi. L’autista della barchetta elettrica guarda video sul cellulare appoggiato sotto il volante e conduce i visitatori ai piedi del Palazzo d’Estate, arrampicato sul fianco della Collina della Longevità. Qualcuno si è fermato vicino a leggere gli ideogrammi scritti per terra con l’acqua, mentre la folla tenta di non calpestarli. La massa di turisti fotografanti scorre lungo la balaustra di pietra bianca, che li separa dal lago punteggiato dai tetti gialli delle barche. Sulla sommità del tempio, Irene compra un ghiacciolo. Gusto coca cola. Cammina con lo sguardo rivolto verso i soffitti e le travi colorate, opere d’arte geometrica. All’uscita dall’edificio, sull’altro lato della riva, sotto la cappa umida del caldo, ignora i baretti di patatine, gelati e ghiaccioli e guarda invece le piante acquatiche nel lago di loto, appoggiata al bordo della barca. 

Ogni giorno, intorno alle sei di mattina, gruppi di anziani, donne e uomini, fanno Tai Chi e stretching nelle piazze e nei parchi della città. Chi è più allenato pratica Kung Fu. Alla sera capita di vedere molte anziane fare balli di gruppo sulle note di musiche tradizionali, diffuse con una radiolina portatile. Adulti in abiti eleganti ballano a coppie nel parcheggio. Al di là delle porte del Tempio del Cielo, Irene torna a percorrere il confine tra passato e presente. 

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